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Il racconto:

"Nel secolo che verrà: l'Ogdaloide nella cupola luminosa"

by Anonimo Corale detto "IL PROFETA"

CAPITOLO DICIASETTESIMO: Le due dimensioni

Nella cupola fece la sua apparizione la prima vestale. Più avanzava in direzione dell'Ogdaloide e maggiore emergeva la sua curiosità di assistere alla fase attiva con il Principe in riflessione. Il suo passo svelto si arrestò quasi all’altezza della luce tenue e girandosi di scatto si vide riflessa nella parte inferiore della cupola con i muscoli del viso tirati in una smorfia di stupore. Si rigirò e guardò attentamente in ogni direzione, ma non colse nessun segno di presenza. La cupola sola la sovrastava. Non c’è nessuno, esclamò ad alta voce, poi, portandosi verso l’angolo della riflessione si spinse sin dove, un attimo prima, era seduto il XXXIII, ed annusando l’aria colse la sua recente presenza. Si inginocchiò volgendosi verso l’Ogdaloide la cui luce era ora più intensa. D’un tratto comprese quello che poteva esser successo e, con questo pensiero che ormai considerava una certezza, si mise a riflettere mentre l’Ogdaloide intensificava l’azione sin a giungere nella fase così detta attiva. La prima vestale era abbagliata dall’emanazione lucente che s’irradiava dall’angolo, ed incominciò a far vibrare il suo corpo nella direzione della sua malinconia. Con grande sorpresa si trovò in un mondo sconosciuto e caotico dove giovani con il mantello come il suo facevano dei grandi girotondi recitando filastrocche incomprensibili e scontrandosi in una lingua che pur conoscendo non riusciva a comprendere del tutto. Si rese conto d’essersi trasferita in un’altra dimensione che non era quella dei naviganti di ritorno da Orion dove Balabiut era stato risucchiato, ma che comunque apparteneva sempre all’epoca nella quale l’antico senato, come SOTC, era stato operativo e viveva la piazza. Il suo desiderio d’essere tra loro era talmente potente che si sentì sradicata dall’angolo della meditazione e proiettata in una zona dello zenit della lucente dove poteva vedere distintamente sia la dimensione arcaica che quella del senato di ritorno dove il Principe incominciava a sentirsi consapevole nella propria presenza. La Pontica, in un atto supremo d’immaginazione riuscì a mettersi in contatto con i naviganti pur restando vigile nella dimensione ancestrale. Ed ecco allora che accade un avvenimento imprevisto, sotto il fortissimo desiderio della Pontica Balabiut fu come sbalzato dalla sua nuova posizione in quella dei ragazzi che formavano un girotondo e anche lei si materializzò tra questi avendo alla sua destra il XXXIII ancora frastornato.----------17,continua...

autari / sabato, gennaio 25, 2003 / 12:07 / Permalink
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"Nel secolo che verrà: l'Ogdaloide nella cupola luminosa"

by Anonimo Corale detto "IL PROFETA"

CAPITOLO SEDICESIMO: Da Orion alle Pleiadi

La luna era già alta all'orizzonte e la sua luce penetrava nella cupola conferendole riflessi argentei che si fondevano con quelli dorati che si irradiavano dall'angolo della riflessione dove già Balabiut sedeva nella posizione dei principi dell'Ordo Clavis Mundi. Come abitudine degli ultimi giorni aveva con sé la feluca del segreto ed sulla nuca portava la sua orsina. Lentamente con una mano fece il cenno per l'apertura dell'archivio dei sogni e, dopo aver posato il copricapo, con la stessa mano si era calato sul capo l'antica feluca. L'ombra, colorata dall'incrocio delle due tonalità, sembrava formare la figura di un aquila vista di profilo e proprio con i doni di questo rapace si apprestava a volare tra i naviganti. I suoi occhi si socchiusero all'intensificarsi delle emanazioni iridescenti dell'Ogdaloide. In tale stato gli sembrava di volare fluttuando tra gli spazi stellari come sorretto da creature mitologiche conosciute negli archivi delle Accademie del sapere di vita create dall'ordine quando ancora era chiamato con il nome Ordo Clavis Universalis. Ad un tratto percepì delle voci che si facevano sempre più chiare e dopo i suoni incominciava ad intravedere le sagome dei senatori. Percepiva nitidamente la loro presenza insieme a quello dello sconosciuto. Quelli che erano stati e sempre sono gli apparivano, come nel primo contatto, giovani mentre il venticinquesimo sembrava senza età. In questa condizione di completa attenzione seguiva ogni movimento dei naviganti. I pensieri di Balabiut si fermarono per un attimo e tutti i suoi sensi si concentrarono sul discorso di un senatore voltato di spalle rispetto alla sua visuale. Impossibile identificarlo in quella posizione e nessun segno particolare poteva indicare chi realmente fosse. Il mantello dorato compiva una ampia volta e il suo semicerchio nascondeva l'altra figura a cui si rivolgeva dicendo: non ci stiamo più allontanando dalla terra, continuiamo a fluttuare intorno a questa ellissi, in questa bacinella concava, Piper sembra che insieme all'amico voglia comprendere gli intendimenti dei pronipotini. Nessuna parola, nessun particolare gli sfuggiva. Il suo corpo era ancorato saldamente nella posizione seduta nell'angolo della cupola dedicato all'archivio dei sogni, ma il suo essere era coinvolto intimamente nella dimensione dei naviganti e partecipava, seppur da spettatore, a quel che succedeva tra gli antichi senatori. L'unica figura sfuocata era quella identificabile con il venticinquesimo ospite, anche se comprendeva l'armonia che intimamente e solidamente legava questo misterioso personaggio al resto della comitiva. Le possibilità sono ancora aperte e più tardi saremo chiamati ad esprimerci sulle diverse opportunità. Questo ti dovevo. Orion è ormai distante, ma nessuno sembra risentire la stanchezza di questi decenni di vagar. E' stato dolce compiere esplorazioni in dimensioni per alcuni di noi inimmaginabili. Ti ricordi quando siamo stati proiettati dall'arco della costellazione amica e ci siamo imbattuti nella dimensione di taurus in Abir e lì sino alle Pleiadi dove Abrak Sax ci ha accolto con quel grido possente che fece rimbalzare anche l'asse polare sul nostro pianeta. Si, rispose l'interlocutore sino allora pacificamente seduto e in silenziosa attenzione alle parole del fratello con il mantello dispiegato. Si, continuò il seduto, quell'Abrag Habra ripetuto per un intero ciclo terrestre non lo dimenticherò mai. Come lui non si dimenticherà della nostra fragorosa risposta che lo convinse ad unirsi a noi in questo viaggio forse di ritorno. Siamo partiti sotto la spinta degli accadimenti del '45 dopo aver mutato la struttura dell'ordine... Balabiut , a questo punto non sentì più nulla, ma era ancora presente tra i naviganti e si stava quasi materializzando accanto al venticinquesimo. Una forza lo risucchiava in quella direzione, ed egli si accorse di essere presente anche con il corpo nella dimensione sconosciuta.--------16, continua...

autari / domenica, gennaio 19, 2003 / 17:12 / Permalink
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"Nel secolo che verrà: l'Ogdaloide nella cupola luminosa"

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Ad CAPITOLO QUINDICESIMO: ore novantacinque

Balabiut mise al corrente i presenti di quanto si ricordava, attribuendo tali parole al Decano. Gli altri lo fissarono perplessi e stingendosi nelle spalle dondolarono sui rispettivi baricentri quasi a scacciare i cattivi presagi. Manetta ruppe il silenzio ed esclamò: una sorta di Mr Hyde e Dr Jeckil questo Abraxas. Mr che? dr chi?, gli fece eco Bengodi. Manetta chiarì subito che si trattava di un vecchio racconto dove si narrava dello sdoppiamento per mezzo di una sostanza chimica di un personaggio irreprensibile e rispettato, Mr Hyde, in uno crudele e dissoluto, Dr Jeckil. La Pontica intervenne troncando sul nascere la dotta dissertazione di Manetta per affermare che l'esempio era fuori luogo e non poteva riguardare il nuovo navigante, e poi disse rivolgendosi a Manetta: la cosa peggiore che può accadere ad un uomo è proprio questa scissione da te ricordata. Il bene e il male separati nettamente senza possibilità d'incontrarsi e di conseguenza giustificarsi, riconoscendosi diversi. L'uno non conosce l'altro e in ultima analisi entrambi, così divisi, non esistono, sono due non realtà, o peggio: uno solo vince trasfigurandosi nell'altro. Abraxas è entità diversa, si muove in un universo completamente opposto a quello del non incontro degli opposti. In lui si è realizzata l'opera massima; la parte decaduta si è ricongiunta con quella pleromatica. Così come il dio egizio con le membra disperse, Osiride, viene ricomposto dalla sposa Iside, anche Abraxas ha realizzato al proprio interno la ricomposizione dell'unità interiore, rendendosi inaccessibile alle forze della disintegrazione. Solo a questo punto egli è al di là ed è al tempo stesso impersonifica entrambe le polarità che in lui originano il nuovo. Nel pronunciare queste parole dal sapore antico la Pontica aveva incurvato la schiena quasi a proiettarsi fuori. La sinuosità del corpo apparve in tutta la sua prorompenza. I pori della sua pelle, come tante ninfee, propagavano profumi carnali e il suo incarnato si era fatto più lucente e quasi si confondeva con la luce tenue della cupola, tipica dell'Ogdaloide in fase passiva. Balabiut in preda a scariche adrenaliniche violente si contorceva dentro di sé non riuscendo a proferir parola. Gli altri due erano come folgorati da un campo magnetico che li sopraffaceva annullandone i pensieri. La loro impotenza non aveva riscontro in natura, ad un osservatore esterno potevano sembrare due blocchi informi di sale, leggermente modellati del vento teso e rovente che soffia nel deserto più sconsolato. La luce della cupola aumentò ridestando i due cristalli e facendo scemare gli effetti della Pontica sul XXXIII. Il Principe sembrava come rapito dall'azione dell'Ogdaloide, che lo portava in collegamento con l'antico senato fluttuante ad ore novantacinque nello zenit sopra la lucente. La fase attiva non durò. Balabiut si ritrovò sudato a fissare i fratelli e realizzò che era il caso di convocare una riunione per il pomeriggio. Con la solita puntualità erano presenti tutti. Il Principe incominciò a parlare e descrisse le ultime vicende ricordando anche il sogno di Manetta e le ipotesi che erano seguite al nuovo contatto con i naviganti. Poi si fermò dicendo: questo è tutto, più tardi cercherò di proiettarmi di nuovo fra loro e comprenderne le intenzioni, quello che possiamo fare nel caso decidessero di terminare il lungo viaggio sulla terra nella nostra epoca. Per il momento dobbiamo rimandare la cerimonia della mia abdicazione, non possiamo farci trovare impreparati all'eventuale ritorno. Vorrei però da voi, specie da quelli non presenti in cupola nelle ultime ore, l'opinione su questo venticinquesimo navigante. Sono consapevole che questa discussione servirà a poco, ma ogni intuizione è preziosa per giungere preparati. Sghei, gran tesoriere dell'ordine cresciuto nelle accademie orientali del sapere di vita, prese subito la parola: Principe, cari fratelli vi confesso la mia ignoranza sulla vera essenza del venticinquesimo navigante, ho però analizzato in filigrana l'etimo originario e posso confermarvi la cifra intuita. Desidero solo aggiungervi una doppia lettura; tre volte uno più due genera i sette pianeti, uno tre volte più due più cento più sessanta più duecento produce la somma di 365. Ecco il numero dei cieli. Balabiut, guardandolo stupido, disse: bravo Sghei, usi i numeri per svelare gli arcani e li elevi dal sudiciume del quotidiano mercanteggiare; dimmi ora come hai proceduto. Sghei, fluttuando in avanti aggiunse: alla a si assegna il valore uno, alla b il due, r equivale al cento, alla x sessanta e alla esse duecento. Non aveva ancora terminato la spiegazione quando Rotax, che manteneva sempre nell'alito il sapore del liquido di bong, lo interruppe con un sogghigno beffardo e rivolgendosi al principe prese la parola: scusa fratello tesoriere, ma i tuoi numeri in questo caso mi dicono poco, meglio ascoltarli quando ci informano delle faccende della Valle del Plasma, i cui affari, mi informano, non vadano poi così bene come sembrerebbe a prima vista. Proprio ieri sera ascoltavo una vecchia selezione di musici del pre-virtuale e mi sembra di aver sentito un brano di un certo Santana il cui titolo era proprio il nome del venticinquesimo navigante. Bella coincidenza davvero, non travate, ma non è tutto, ho anche visitato il museo mundi ed ho acquistato l'ultimo pezzo rimasto di una pellicola riedita in post-virt dal titolo il Guardiano dell'Universo, dove un poliziotto galattico deve difendere la terra da un criminale che vorrebbe distruggerla attraverso un teorema matematico il cui effetto impedirebbe la procreazione. Ha ha. A quel punto la Pontica intervenne bruscamente: che ridi, non capisci, sono segnali che ci provengono dal pre-virtuale, magari banali, ma capaci di farci ragionare. E poi la candida dell'anno 2045 in fin dei conti cos'era? Non poteva essere l'anti-life equation di un cazzutissimo film di sessanta anni prima. Non tralasciamo nessun particolare, fratelli. Il tempo della risata non è quello che viviamo oggi, qui, in questa cupola. Oggi, i senatori ci obbligano alla riflessione. Ben detto, affermò Gnano intervenendo ed aggiunse, questo venticinquesimo deve possedere una significatività super-simbolica, voglio dire operativa. Mi ricorda il nome dei sette pianeti, come ricordava Sghei, ma anche il segno magico delle mie terre, Abrak Sax, nonché la parola di passaggio della cupola, abracadabra. Palto, prima che il Principe potesse intervenire per riprendersi la parola, s'intromise: penso di aver compreso tutto. Una cosa non mi è chiara, l'affermazione della Pontica quando dice che questo nuovo navigante sarebbe Caino. Vestale parli di Abele e Caino o di qualche altro personaggio. La Pontica, guardandosi alle spalle in direzione dell'Ogdaloide, faticava a formulare una risposta. Alcune smorfie del volto lasciavano intravedere un'anima tormentata, gli occhi, come sempre, sprigionavano una forza magnetica difficilmente contrastabile, ma, nello stesso istante, una solitudine incolmabile che la rendevano quasi triste. Dall'angolo della riflessione un bagliore si diffuse nella cupola, e come era successo altre volte il suo colore e l'intensità della luce ne mutò le ombre. Balabiut prese la parola ringraziando tutti per gli spunti che aveva offerto la discussione. Continuò dicendo: credo proprio, caro Palto, che Caino sia il fratello di Abele le cui vicende sono narrate in un vecchio racconto del libro della Bibbia. Tutti conoscete la storia, ma non sapete la verità. Non c'è nessun Abele, nessuna vittima sacrificata, nessun segno sul volto di Caino. Abele non esiste in quanto fratello di Caino. Non esiste proprio come uomo, come individualità separata. Abele è Caino stesso. Caino e Abele sono la stessa persona, la stessa cosa. Caino è come Giano, bifronte. Quello che chiamiamo Caino è il sopravvissuto, colui che ha superato la sua parte debole, ha ucciso simbolicamente l'altro sé che lo condannava entro schemi di rinuncia. Lui è il liberato che libera, l'uomo che conosce il proprio destino scrutato in solitudine. E lì matura le proprie decisioni preparandosi alla rottura delle regole che devono essere infrante perché percepite come ingiustamente limitanti. E' l'unico decisore, è il solo controllore/controllato di se stesso. E' lo scampato alla prova terribile della propria coscienza capace di reggere la rottura delle regole, anche delle leggi del creato. E' il navigante che si avventura nel mare aperto quando infuria la tempesta. E' il generato che ha superato la prova del fuoco come la crisalide si trasforma in farfalla. La sua nuova identità è inscritta nel nome del venticinquesimo navigante. Nell'affermare in sottotono queste ultime frasi il XXXIII si era lasciato cadere all'indietro, quasi esausto, e questo movimento repentino della figura principesca era coinciso con il mutar di colore della luce nella cupola. Per oggi è tutto, aggiunse, questa notte, in prossimità del plenilunio mi isolerò nell'angolo della meditazione e cercherò il contatto con l'antico senato. Da parte vostra tenete i cuori puri, non dubitate, non lasciatevi andare al pettegolezzo. Sappiate che più che mai, in questo momento, siamo come un unico uomo, una cosa sola. Dopo queste parole Balabiut pose termine alla riunione intonando il Gaudeamus. Le orsine volarono in alto e tra gli abbracci il Principe si rititò.-----------15, continua...

autari / mercoledì, gennaio 15, 2003 / 17:26 / Permalink
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by Anonimo Corale detto "IL PROFETA"

CAPITOLO QUATTORDICESIMO: Abraxas

Manetta guardò Balabiut e dopo un gran sospiro esclamò: Abraxas?, ma chi è costui?. Il XXXIII sembrava non aver sentito, nel suo volto si poteva leggere la serenità e la contentezza di chi, dopo una lunga scalata, è arrivato sulla più alta vetta e guarda l'orizzonte che lo circonda, nel quale si perde, ma riscopre con un'evidenza esaltante sensazioni sopite, mai cancellate. Manetta osservava e nel contempo partecipava, seppur inconsciamente, alla stato di gioia profonda vissuto dal principe che, a sua volta, senza perdere l'attimo, era presente all'interrogativo del fratello. Il silenzio continuò ancora per qualche infinito minuto. Ad un tratto, il XXXIII si alzò e rivolgendosi al ministro della comunicazione gli disse che dopo aver ripreso il contato con i naviganti ed aver visto alcune immagini nitide, li aveva di nuovo persi. Continuò dicendo: non devono essere molto lontani, probabilmente sono a sole novantacinque ore sopra lo zenit della lucente. Ho visto una cosa nuova, come ti dicevo, una figura a me ignota che si chiama Abraxas. Per quello che conosco non dovrebbe trattarsi di un senatore, almeno non dei ventiquattro partiti nel 2045. Dicendo questo, il cuore di Balabiut si riempi di dubbi, degli stessi che lo attanagliarono quando seppe del possibile ritorno dell'antico senato. L'arrivo di bengodi interruppe il monologo del principe. Dopo i saluti di rito anche Bengodi fu messo al corrente degli imprevisti sviluppi della faccenda senatoriale. Bengodi aveva ascoltato in silenzio, guardando ora il principe, ora il viso, ancora provato dal risveglio traumatico, di Manetta. Poi, senza badare all'atmosfera di cupa sospensione degli interrogativi, si volse verso Manetta chiedendogli i motivi della sua presenza senza la ormai mitica e temuta padella. Il principe lo guardò come allibito e poi proruppe in un'esclamazione secca: cinocefalo del cazzo. Noi siamo qui a romperci il cranio su un doppio mistero e tu fai domande pettegole. Dai, non fare quella faccia da crenna di culo altrimenti mi costringi a mandarti in esilio sull'isola Fragrante, fra il corallo molle ameboide e protoplastico -aggiunse il principe-, volevo solo farti comprendere l'importanza del momento. Nel mentre entrò anche la Pontica che ad alta voce recitava un'antica filastrocca: Tre Anelli ai Re degli elfi sotto il cielo che risplende/Sette ai Principi dei nani nelle lor Rocche di pietra/Nove agli uomini mortali che la triste morte attende/Uno per l’Oscuro Sire chiuso nella Reggia Tetra/Nella terra di Mordor, dove l’Ombra Nera scende. /Un Anello per domarli, un Anello per trovarli, /Un Anello per ghermirli e nel Buio incatenarli,/Nella terra di Mordor dove l’Ombra Cupa scende.- Giunta davanti al Principe s'interruppe, e senza lasciargli il tempo di metterla al corrente degli ultimi fatti, disse, so' già tutto ed anche se Bengodi non s'è curato di controllare il Presidente della Commissione e i Servizi di Sicurezza ho avuto una soffiata. Tutti conoscono la posizione della fluttuazione dei naviganti ad ore novantacinque sopra il nostro zenit. Poi, con una punta di civetteria in un'aria di modestia aggiunse: penso sia tutto. Balabiut la penetrò con uno sguardo diffidente e sorpreso, ma non disse nulla. Levandosi piano la feluca del segreto avvicinò a sé la Pontica e, dopo averla fiutata ed essersi inebriato con il sapore della sua pelle, le sussurrò nell'orecchio che non sapeva del venticinquesimo navigante, della presenza di Abraxas. La Pontica nel sentirne il nome fece un passo indietro e si allontanò dal XXXIII. Come? -esclamò- Abraxas, mi stai dicendo che hai visto nitidamente, con loro, le sembianze di questo Abraxas. No, riprese Balabiut, ho solo intravisto questo Abraxas e sentivo i loro discorsi e quando si rivolgevano al lui lo chiamavano Abraxas. Lui, ne sono convinto, era diverso da loro, ma non ti saprei spiegare in che cosa differisse. Manetta, sopravanzando gli altri, mosse alcuni rilievi al comportamento della Pontica che gli sembrava poco chiaro. Gli era apparsa troppo tempestiva nell'entrare nella cupola proprio mentre era in corso il commento sui fatti nuovi e comprendeva che queste perplessità erano le stesse che provava il Principe. Si decise allora ad un rilievo maggiormente incisivo suggeritogli dalla parte recondita dei propri pensieri. Cara sorellina, esordì, e senza curarsi delle occhiate di fuoco che la Pontica gli lanciava, proseguì dicendo: questo Abraxas, o come si chiama, tu lo conosci, vero? Sai esattamente di chi si tratta, e forse intuisci anche i motivi della sua presenza tra i senatori. No, non lo conosco, rispose secca la Pontica, e quello che più conta non so' cosa faccia insieme ai naviganti. Vedo che non ti ho convinto, poco importa, ma hai espresso una mezza verità perché intuisco cosa lui possa rappresentare e chi veramente sia. Pur tuttavia non lo conosco.Dopo aver udito queste parole il Principe fissò gli occhi della Pontica e scorse in lei un moto d'inquietudine, non certo di falsità. Si sedette ed invitò gli altri a seguirlo nella posizione della riflessione. Volgendo lo sguardo all'Ogdaloide, invitò la Pontica ad esprimere, in modo schietto, le sue intuizioni. Il respiro della Pontica insieme alla luce dell'angolo della riflessione conferivano al luogo un incanto ultraterreno apprezzato ormai solo dai frequentatori della cupola. La prima vestale incominciò a parlare ed in modo diretto disse: Abraxas forse è Caino. A lui si arriva dopo aver percorso il mistero tremendo del numinoso. A questo punto la Pontica s'interruppe, non riusciva più a proseguire. In quel momento, il Principe continuò sotto l'influsso dell'Ogdaloide. Abraxas è il grande arconte dell'ogdoade, signore dei 365 cieli. E' il cerchio che racchiude il tutto, l'ouroborus dell'Ordo Clavis. L'androgino che nasce dopo che è stato distrutto un mondo, dopo che si è morti a se stessi. Lui unisce gli opposti e li dissolve nel tutto dopo aver celebrato sopra le parti il suo rito angelico e demoniaco che può distruggere, ma anche far nascere; portare dissoluzione o pienezza. Non aveva ancora terminato di affermare queste interpretazioni dello strano personaggio quando si ricordò del messaggio letto nell'archivio uno/2000, dove per la prima volta si parlava compiutamente dell'Ogdaloide mettendolo in relazione all'Ogdoade. Si ricordò che l'archivio diceva: qualcuno suggerisce relazioni con l'Ogdoade, ovvero con l'insieme delle otto coppie (Nun e Nanhet, le acque primigenie; Het e Hanhet, lo spazio infinito; Kek e Hehet, l'oscurità; Amon e Amanuet, l'ignoto) che nuotavano nella materia primordiale, nel caos. Quindi l'Ogdaloide come strumento conoscitivo capace di mettersi in contatto con il mare magnum e portare l'uomo dentro esso, nel caos, e poi alla conoscenza attraverso procedure che riuscirebbero ad ordinare il nulla, ad in-formare la sostanza. Qualcun altro vede correlazioni con il XIII eone, dove Pistis Sophia (o Agape Pistis) soggiornerebbe aspirando al mondo della pura luce insidiata dalla luce dell'inganno emanata dall'Arrogante. C'è già chi lo ha definito con la metafora del percorso dolce, della teofania, a prova d'idiota, capace di far giungere l'uomo "distratto" dove solitamente arrivano gli uomini illuminati. Strumento cangiante nel tempo che prende le forme esteriori del secolo in cui si trova ad essere, pur essendo sempre presente a sé stesso, in ogni luogo, in tutte le ere e le dimensioni. C'è chi l'ha valutato attraverso il suo fine, le sue relazioni, la specie, l'effetto, la forma e svolgendo comparazioni che utilizzavano procedimenti razionali; ma tale metodo sembra sia servito a poco. Per quello che si conosce, la sembianza esteriore significa poco o nulla, perché rappresenta il lato contingente. Chi l'ha provato non lo descrive, perché è concentrato non sulla cosa in sé, giudicata strumentale, ma sui suoi risultati. L'ultima apparizione, tecnologica, perché siamo in tale era, possiede elementi derivati e secondari riproducibili per la sua commercializzazione. Il modello sprovvisto di fase attiva, in quanto copia difforme dall'originale, è in grado comunque di stupire. La sua utilizzazione dovrebbe consentire all'ordine di possedere infinite risorse. Mi rendo conto che affermo cose equivoche, in modo non chiaro. Proprio oggi che qualcuno ha scritto che il denaro e gli esseri umani hanno preso strade diverse, ossia non sono più la stessa cosa poiché l'uomo è ormai inutile alla produzione. In sostanza, oggi l'uomo è una "merce" che può essere sprecata e il denaro si produce da solo. l'Ogdaloide allora come "ciò che trattiene" e scudo contro lo spreco e, in questo senso, moltiplicatore di risorse. L'Ogdaloide che si fa beffe della bufala democratica (che ha soppiantato la società gerarchica così come la contrattualistica burocratica ha ucciso la stretta di mano tra gentiluomini, ossia l'onore) e dei diritti solo enunciati. L'Ogdaloide, navigante tra i naviganti, che squarcia le dimensioni e permette di vedere gli inganni e il volto del sommo Ingannatore. L'Ogdaloide che nella sua fase attiva può dirigere gli avvenimenti, ed affermare, a chi si sente uomo, "in eguale dignità", che i componenti della borghesia tecnologica mondiale, detentori delle ricchezze del pianeta, e i loro maggiordomi, non sono gli unici veri cittadini della Terra (dotati di tutti i diritti). Altri, con forze titaniche e scintille divine sono in piedi uniti con l'altro popolo eletto dimorante nel cuore della Terra, nel centro del continente eurasiatico. L'Ogdaloide come antidoto all'uomo dormiente senza più sogni e potere immaginifico.----------14, continua...

autari / venerdì, gennaio 10, 2003 / 18:53 / Permalink
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CAPITOLO TREDICESIMO: Il Risveglio di Manetta

Il risveglio fu improvviso. Manetta s’accorse di aver solo sognato. Topolano, gli otto nani -i soliti sette più il voncio detto crostolo- Paperazzo, Archimerde, il maestro Belteo, il Botti, e tutti gli altri personaggi erano solo il frutto di un sonno senza riposo. Negli ultimi tempi si era stancato moltissimo con inutili rincorse appresso passanti sempre più scaltri e veloci nello schivare i suoi micidiali colpi. La sera prima aveva cenato da solo dopo il ritorno dalla riunione ed aveva commesso l’errore d’usare la pentola per prepararsi un cibo del pre-virtuale a base di carne vera di vitello ibernato. Anche questo reperto fossile insieme alla padella ed agli occhiali l’aveva comprato alle liquidazioni dei Musei Mundum. Come è possibile, si disse, che tutte le visioni e i preparativi della missione alla ricerca di Belteo fossero solo sogni fantastici e nulla più. Eppure la corda d’argento l’ho dipanata, ne sono certo; avevo iniziato il mio viaggio in astrale…Mentre rifletteva su queste ipotesi, si aprì il collegamento con il XXXIII e nel volgersi in direzione dell’immagine tridimensionale parlante si accorse di una linea dal colore grigiastro che partendo dal giaciglio arrivava sino a lui. L’osservò meglio e poi esplose in un’esclamazione: è vomito per bo…Non ebbe la forza di finire la frase per il sopraggiungere di un nuovo conato che gli fece sbruffare l’immagine di Balabiut. Il Principe aveva osservato la scena muto, ma quello era troppo e non si trattenne più: ma che cazzo fai, mi scatarri l’immagine. Che schifo, per mille tazze di Bong. L’esclamazione principesca risuonò nel luogo di Manetta, sempre in preda a sussulti incontrollati. Senza pietà, Balabiut di rimando l’apostrofava con frasi indicibili e il povero Manetta non riusciva più a riaversi. Se non fosse stata tragica la scena aveva un qualcosa di comico. Manetta lentamente si riprese e guardò l’immagine completamente immerdata di Balabiut che gli intimava di raggiungerlo subito alla Luminosa. In un istante Manetta, partecipe a se stesso, si presentò al cospetto del XXXIII. La Cupola era veramente lucente come non l’aveva mai vista. Il Principe era nella posizione della meditazione e aveva sul capo la feluca del segreto. Manetta con la sua orsina si avvicinò e comprese che doveva affiancarlo nella riflessione. Nel sedersi sentì la voce del Principe parlargli con una naturalezza mai riscontrata. Siamo in collegamento con i naviganti –disse ed aggiunse- con loro vedo una nuova figura. Mi dicono che si tratti di Abraxas.--------13, continua...

autari / martedì, gennaio 07, 2003 / 17:44 / Permalink
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by Anonimo Corale detto "IL PROFETA"

CAPITOLO DODICESIMO: Il presagio di Manetta

Manetta, l'Onanista di spicco, si era svegliato nel mezzo della notte. La Visione si era interrotta di colpo e la Corda d'Argento si era riavvolta troppo rapidamente provocando una forte sensazione di caduta, ridestando infine di soprassalto il suo involucro fisico. Madido di sudore cercò di riprendersi dall'improvvisa accelerazione subita dal suo cuore in agitazione e dallo stato di allarme indotto dalla Visione. Riacquistata la necessaria lucidità, cercò di ricostruire l'immagine, ma era tutto confuso: Cominciava a partire da una linea e a costruire il volto intravisto, ma senza riuscire a trattenerlo. Un'onda arrivava. Distruggeva il suo lavoro. Così riprovava. Ecco infine di chi era quel volto! Certo, era di Belteo, suo Grande Maestro, avvolto nella sua aureola (o aura) gialla, tanto cara all'iconografia cristiana, e che stava ad indicare alta spiritualità! Manetta sorrise per un momento ripercorrendo il ricordo degli insegnamenti e della carismaticità di Belteo, ma subito un'ombra cupa di preoccupazione discese sul suo volto. Ultimamente, per accrescere la grandezza dell'Ordo, Manetta era stato molto occupato nelle sue peregrinazioni alla ricerca di oggetti "magici" che venissero rivelati dalla sua riconosciuta abilità nel campo della psicometria. Era passato un considerevole lasso di tempo dall'ultimo incontro col Maestro Belteo e nessuno sapeva dove fosse ora. Come stava Belteo? E se gli fosse accaduto qualcosa? Nella Visione il Maestro era apparso sotto strane vesti, che Manetta pensava essere frutto dei residui effetti delle droghe assunte la sera prima, prodotte con la segreta Macchina Alchemica di sua invenzione. E se, invece, la Visione fosse non un effetto distorto dalle droghe, ma un messaggio telepatico di richiesta di aiuto da parte del Maestro in pericolo? E che significato avevano le rune incise in quel funesto simbolo ancestrale che nessuno studioso dell'Ordo era ancora riuscito a decifrare? E perché quella musica chiaramente cabalistica gli era apparsa associata alle rune incise in un tempo lontano? Cosa stava succedendo? Forse qualcuno tramava nell'ombra? Deciso ad alzarsi e ad agire, inforcò i suoi occhiali appartenuti a Mike e qualcosa gli sovvenne... "Parla con i venti che vanno verso nord, canta con il lama di Rikon. Antichi boschi e strade dell'Armoor, magici villaggi dei Bretons, nuvole che corrono nel cielo sopra te, sogna tra le pietre di Karnak", questo era il mantra recitato da Mike in TV, mentre girava la Ruota della Preghiera. Gli occhiali, avevano visto lontano e si erano rivelati ancora una volta preziosi, mostrando chiaramente la linea di azione da prendere per scongiurare il pericolo che minacciava Belteo e L'Ordo intero. Era giunto nuovamente il tempo di partire. Manetta doveva preparare in fretta una spedizione per ritrovare la "Lancia di L.Ongino-Knaus", sua antica mira. Era intimamente convinto che esistessero oggetti dotati di immensi poteri, il cui possesso o la cui conoscenza avrebbe permesso all'Ordo di divenire definitivamente dominatore del mondo... La Heilige Lance, la "Lancia sacra" utilizzata tempo addietro dal pretore L.Ongino-Knaus per trafiggere il costato del XXXIII, costringendolo a un "coitus-interruptus" e impregnata del sangue e del seme principeschi era misteriosamente sparita durante l'intervento per sedare l'attentato. La ricerca della lancia era il tormento di Manetta, ma ora, più che mai, il suo ritrovamento si imponeva per poter salvare il Maestro, in ormai evidente balia di forze oscure, e per salvare il destino dell'Ordo intero da questa nuova e ancora incognita minaccia. Manetta convocò i membri della spedizione, cavalieri e dame di eccelse virtù, ma anche personaggi controversi nell'immaginario dei più: Il Commissario Baslettoni, capo dei servizi di sicurezza; Topolano lo scaltro (conturbante roditore di gnocca); Archimerde, il genio inventore, ma anche noto per i suoi sporchi rituali legati alla coprofagia; Paperazzo, veloce araldo; Paperagade; Bastone il fortunato; Zio Peperone, dalle floride finanze; Claraberta, una dama dalle vedute molto aperte e il Botti, uno schizzato dispensatore di buonumore capace di tenere alto il morale del gruppo. Proprio il Botti interloquì con una bella bestemmia e scatenò un "W la Figa" generale. Per un momento la tensione sul volto di Manetta si allentò e sulle sue labbra comparve un sorriso. Scuotendo la testa e ridendo tra sé e sé, stava pensando alle dure reprimende dirette da Belteo contro i "cazzofiga" e i "vaffanculo", che contraddistinguevano personaggi come il Botti, ma d'altronde era quanto mai necessario stemperare il clima di tensione che avrebbe accompagnato il gruppo lungo il difficile cammino della ricerca. Bisognava ritrovare la lancia e bisognava ritrovare Belteo per non perdere i suoi insegnamenti. Al sorgere della nuova alba, la spedizione era già cominciata.------------12, continua...

autari / domenica, gennaio 05, 2003 / 11:41 / Permalink
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Il racconto:

"Nel secolo che verrà: l'Ogdaloide nella cupola luminosa"

by Anonimo Corale detto "IL PROFETA"

CAPITOLO UNDICESIMO: La riunione

Il XXXIII rimase dritto in piedi per alcuni minuti. L'inno dell'Ordine terminò e dopo qualche attimo, nel più completo silenzio, Balabiut intonò le prime strofe del Gaudeamus. Tutti si alzarono ed elevando al cielo le orsine si unirono al canto del Principe sino a fondersi in una sola voce. All'omissis i governanti tornarono al loro posto e dopo un attimo, ancora nel rimbombo delle ultime strofe nella cupola, Balabiut iniziò a parlare. In questi giorni gli avvenimenti si sono succeduti velocemente. Alcuni di voi non sono stati ancora informati. Le questioni sono delicate: da parte mia, non potevo correre il rischio di far intercettare i messaggi dai nostri nemici che tramano a nostra insaputa, vero Bengodi?, fuori da questo posto. Solo qui siamo al sicuro. Bene, iniziamo. Ho avuto un contatto con il senato. Le facce dei governanti rimasero impassibili e solo la Pontica e Bengodi annuirono all'indirizzo dei presenti. Balabiut si rese conto che non avevano ben capito e continuando riprese la frase ripentendola. Ho-avuto-un-contatto-con l'antico senato, quello partito nel 2045 alla volta della dimensione di Orion. A quelle parole un bisbiglio sbigottito riempì la cupola. Balabiut, con un lieve gesto della mano, impose il silenzio e proseguì. Non è stato un vero e proprio contatto, nel senso che non c'è stato dialogo, ma li ho visti, li ho sentiti e poi li ho persi. Lo sguardo del XXXIII si volse, in modo incontrollato, nella direzione del posto lasciato vuoto dal Trapanat. E poi, quasi a chiedere una pausa al discorso principale, disse: che fine ha fatto quello che occupava quella sedia. Nel pronunciare queste parole si sforzava di ricordarsi il nome dell'assente, ma quel nome proprio non voleva uscire dalla sua bocca. Chiese di nuovo i motivi dell'assenza. Tutti si guardarono in faccia e poi rivolsero la loro attenzione al posto vacante. Nessuno proferì parola, solo la Pontica ridendo affermò che quel posto non era mai stato occupato, o meglio -continuò- è il posto dell'eterno giubilato, del capro espiatorio, di quello che pur non avendo colpe viene sacrificato per il bene di tutti, dell'eterno arrivista che quando non giunge se ne va. Del cancellato. Basta così, tuonò il XXXIII, fatemi finire! Il rumore di fondo sembrava non terminare. Tutti avevano qualcosa da bisbigliare nell’orecchio del vicino. Questa volta il gesto della mano di Balabiut non servì a riportare il silenzio nella cupola. L’Ogdaloide intensificò l’emanazione di luce, il Principe si concentrò con maggior misura su quanto doveva dire e solo a questo punto, in una cupola molto illuminata, il vocio lasciò posto alle parole del XXXIII. Non sono stato all’altezza del compito -continuò-, non sono riuscito a collegarmi con loro. Mi sono comportato come una checca isterica. Prima li ho derisi, poi li ho invocati. Lo sapevate che non volevo ricoprire questo ruolo. Mi avete trascinato facendo leva sulle mie più basse motivazioni e queste mi hanno trascinato nell’abisso dell’errore. Solo adesso m’accorgo della pochezza di quello che sono stato. Solo ora comprendo quali sfide comporta essere principe dell’Ordo. Le parole uscivano dalla sua bocca con una naturalezza estrema, aveva perso quei modi affettati che lo rendevano, con qualche riserva, un simpatico ragazzo. Ora era veramente se stesso, senza deliri d’onnipotenza, senza paure; consapevole che il proprio ruolo lo poteva giocare completamente fino in fondo e che, nel caso meno propizio, sarebbe uscito comunque vincitore. Non provava più invidia, né rivalità per alcuno. Anche la Pontica gli appariva diversa, molto più fragile. Tutto per la sola luce dell’Ogdaloide, si chiedeva tra sé e sé, o questa consapevolezza riesco a mantenerla anche fuori da questa Cupola? Questo pensiero gli sfiorava la mente mentre continuava a parlare: ho aperto così il mio cuore a voi in un momento difficile per me. Negli ultimi giorni ho maturato queste riflessioni. Sono sceso nelle profondità delle mie pulsioni trovando quello che non ho mai avuto il coraggio di ammettere. Inizialmente la mia ricerca si è appuntata sull’archivio dei sogni, poi sono passato ad indagare quello relativo all’anno 2000 e 2001. Seguito in questo viaggio, se non condotto, dalla luce dell’angolo della riflessione. Lì ho trovato le radici del nostro agire, le eterne ragioni che spingono, come potenti molle, gli uomini a farsi del male anche quando dichiarano di volersi bene. Anche quando ascoltano le note della compagnia dell’anello. E tutto per invidie inconfessate, per incapacità a stringersi ed unirsi come fossero una sola persona, per la bramosia di affermare le proprie individualità, per l’incapacità di purificarle dalle pulsioni ipertrofiche dell’io. Ho finalmente capito ed abdico. Non posso combattere contro i demoni che distolgono l’uomo dalla ricerca della felicità. Non posso vincere contro il quieto vivere che non ne vuole sapere di linee di vetta da scalare. Siamo troppo presi dall’ordinario per percorrere la via della sfida e ci limitiamo a delle scaramucce di retroguardia per compensare e sfogare l’istinto della lotta che in noi, ogni giorno che passa, diventa sempre più flebile. La pentola di Manetta riverberava la luce della Cupola sulla fronte del XXXIII, e Balabiut si sentiva come protetto. Sentiva le note di un’antica canzone… ascolta il ruscello che sgorga lassù… contro il pugno e l’usura noi vincerem… se uniti mar… IL DOMANI APPARTIENE A NOI.--------11, continua...

autari / venerdì, gennaio 03, 2003 / 11:52 / Permalink
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"Nel secolo che verrà: l'Ogdaloide nella cupola luminosa"

by Anonimo Corale detto "IL PROFETA"

CAPITOLO DECIMO: Manetta, chi era in realtà costui?

Sedicente depositario della spenta Gran Loggia della Sega, vantava nell’albero genealogico scienziati, ricercatori e già membri dell’antico Ordo Clavis ticinense, ma anche pataccari, furfanti e imbroglioni, e ancora eclettici, esuberanti e fantasiosi. In realtà anche i più autentici furono tutti malignamente tacciati di follia al tempo in cui vissero. Maldicenze sempre vinte dalla pacatezza d'animo che comunque li contraddistingueva. Era indubbiamente un individuo singolare, come tutti i membri del Direttorio del resto. A nessuno poteva sfuggire che nel 2122 portasse ancora gli occhiali da vista, che peraltro sosteneva fossero appartenuti nel passato a un tal Mike e di averli acquistati a caro prezzo al museo della televisione durante uno dei suoi viaggi alla ricerca di cimeli (la pentola che si portava appresso era fra i preziosi della sua collezione). Non si può tacere che il considerevole esborso si giustificava di fronte alla magia di quelle lenti che consentivano, a lui solo peraltro, di correggere i sette difetti dell’occhio umano. Le malelingue, invidiose della sua appartenenza alla cerchia dei prescelti, dall'esterno della Cupola lo accusavano spesso di fare un uso indiscriminato di quelle droghe sintetiche (ormai introvabili) diffuse sulla terra fino al secolo precedente. Dicevano che se le produceva artigianalmente. Gli stolti lo coprivano di ingiurie proprio quando, spezzando l'indole serafica, sosteneva con veemenza e fermezza le tesi più impensabili, ma come il Principe sapeva, sempre vere. Era tra i dodici quello col fiuto migliore. Ed è un po' qui che inizia la sua storia. Quella notte che un cattivo presagio gli fece avere un'intuizione geniale. Manetta era uso applicarsi con abnegazione negli esercizi di meditazione appresi nel corso degli studi superiori alla facoltà di Grandi Comunicazioni, ma quella notte successe qualcosa che cambiò il suo destino. Il pelato in divisa d’ordinanza teneva stretta con le mani allargate sui fianchi la cintura della diagonale e rigido dentro i suoi stivali fissava imperiosamente il ragazzo completamente nudo che gli stava di fronte: "Ascolta giovane! Io sono colui che tutto può. Ti posso voler vivo. Ti posso voler morto. Se mi stanco di te, ti accartoccio e ti butto via. Ma se cambio idea, ti posso ridare la vita sotto nuove sembianze. Vuoi la vita comoda? Ti posso dare tutto. Un giorno da leone o cento da pecora!" Il giovane ascoltava attento, senza batter ciglio: mai uno sguardo perplesso, mai una smorfia che lasciasse trasparire la seppur minima emozione. Sembrava inanimato. Le parole del pelato parevano guidate invece da una forza superiore: "Come una volta fu costruita l’arca; come una volta fu progettata la città tra le tombe; come una volta fu eretta la cattedrale. Homo faber sarai; un giorno ho temuto che la tua storia finisse; ho sempre occasione di ricordare del resto la fine dell’uomoragno. Immagini di olocausti ti attendono se non farai ciò che ti ordino; periranno impazzite le mucche; i deboli cederanno di fronte alla candida. Allora esigo che tu vada sull’altopiano carsico; ordunque: ascolterai gli artisti che fuggono i vizi e i tumulti delle città; al ritorno tu guiderai l’Arcadia. Vivrai da uomo libero; liberi vivranno gli uomini che ti seguiranno; vedrete cose che nessuno ha mai pensato di poter vedere. Ecco, tu foderai la casa delle libertà; avrai l’appoggio dei tuoi fratelli; e il tuo nome sarà Harlock." Il giovane era già quasi avvolto nel suo lungo manto nero, quando il disegno del teschio sul suo petto fu interrotto dal sopraggiungere di due individui. Un nippone si rivolgeva a un italiano con aria di disappunto: "Forattini, cosa fai, riscrivi la storia rubandomi i personaggi?". "Ma no…Matsumoto, non temere, non ti voglio fare nessuno sgarbo. Ho avuto un delirio di onnipotenza e pensavo che se la storia e l’immaginazione si alleassero potrebbe nascerne qualcosa di buono per il lettore dormiente. A proposito…ehi! Manetta! tu cosa ne pensi, non trovi che nelle parole del mio duce ci possa essere la soluzione all’enigma che ti attanaglia i pensieri?" Manetta si svegliò per l’improvviso riaccelerare del battito cardiaco. La visione si era interrotta bruscamente ma, come gli era accaduto nel suo ultimo viaggio fra i dolmen e i menhir, una forte sensazione di oblio continuava ad obnubilargli la coscienza. Il suo corpo freddo si sforzava di riprendersi al ritmo crescente delle sue pulsazioni. Con la fronte ancora perlata, cercò di riacquistare la giusta cognizione del tempo e dello spazio. Alla vista dei suoi effetti personali e in particolare del cucù di mastro Geppetto che rintoccava le 03.00 (altro prezioso cimelio) si accorse di essere nuovamente vigile e provò a capacitarsi del sogno che lo aveva sviato dalla meditazione facendolo cadere nel sonno. Ci vollero diverse ore di concentrazione e di navigazione negli archivi dei centri di Storia delle Civiltà dell’Uomo per riportare alla memoria ciò che aveva visto, ma soprattutto sentito. Dunque: il fumettista Giorgio Forattini e il Duce del fascismo italiano, il disegnatore di cartoni animati Leiji Matsumoto e il suo personaggio di spicco Capitan Harlock. Le parole del Mussolini forattiniano. L’analisi minuziosa del testo crittografato lo condusse a notare che ogni frase era composta da tre periodi e che ogni periodo era distribuito in modo tale che le lettere iniziali stringessero la parola C-U-P-O-L-A fra le due parole C-H-I-A-V-E. Perdio! Esclamò quasi con le lacrime agli occhi. Il sogno è chiaro ed evidente. Capitan Harlock è un uomo libero che si ribella alla palingenesi. È Lo spirito-guida dell’Arcadia, simbolo a sua volta di libertà, che richiama nel nome il paradiso ellenico e diventa luogo dove tutto è in equilibrio naturale e dove il nucleo umano è essenziale a se stesso e ai singoli navigatori pari in dignità, capaci di chiudersi in fascio per difendersi e per colpire. L’Arcadia, come l’arca di Noè, che difende dai mali impietosi di un mare in burrasca e si muove simbolicamente in uno spazio cosmico, sola dimensione in cui l’anima tormentata può trovare la dilatazione della propria interiorità. Un simbolo che si realizza quando si è in grado di rileggere a rovescio la storia dell’uomo per dirigere gli eventi del futuro. Come nelle piramidi d’Egitto e nelle cattedrali gotiche, nella Cupola un segretus indicherà la via per la costruzione dello strumento di rettifica, capace di fermare il tempo e impedire al grande fumettista di dover ricorrere ogni volta alla gomma da cancellare. Ma chi poteva incarnare l’Harlock atemporale se non il Principe della Chiave? Fu così che Manetta capì che era giunto il momento di dare concretezza alle sue conoscenze in fatto di comunicazioni. Fu così che nacque il progetto dell’Ogdaloide.---------10, continua...

autari / mercoledì, gennaio 01, 2003 / 10:49 / Permalink
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