Alle radici: la dea Gula
Alla radice dell'occidente c'è una tradizione spirituale celata, concepita dai fondatori originari delle nostre scienze, ma poi travisata e cancellata con cura, sicché ben pochi ne conoscono oramai, i nomi stessi, salvo i rarissimi che sappiano di avere in tasca la storia delle stelle e di poter andare in direzione del futuro soltanto guardando al passato. Partiamo perciò dagli uomini che furono gli antenati degli antenati. "Il passato siamo noi" e perfino il nostro domani è un passato che si ripete. Tale punto di partenza è lo stesso che sorprese il giovane Nietzsche, la percezione di un tempo tripartito come finzione: il vero tempo è un flusso che ci solleva al di là dei momenti risaputi, dove presente, passato e futuro si amalgamano e innalzano. Focea, o città delle foche, era un borgo situato sopra Smirne. Nel VII e nel VI secolo a.C. i Focesi esplorarono oltre Gibilterra; già stavano al termine della via della seta che si spingeva fino in Cina attraversando la Persia e l'India, sicché furono amici dei Persiani, i nemici di Atene. Davanti a Focea s'innalzava l'isola immensa di Samo, patria di Pitagora, che intorno al 530 a.C. andò in Egitto e a Babilonia a imparare la matematica e la metafisica astronomica.
Ha sorpreso rinvenire nelle rovine del tempio a Era in Focea oggetti liturgici bronzei legati al culto della dea Gula, la Guaritrice babilonese, oltre ad altri oggetti liturgici indù. Alla fine del secolo V a.C. Babilonia entrò a far parte dell'Impero persiano e vi immigrarono personaggi dall'India e dall'Anatolia. I Greci in contatto con la Persia differivano radicalmente dagli Ateniesi. Tuttavia avvenne che i Persiani diventassero avidi dei loro territori, sicché i Focesi migrarono in parte e domandarono consiglio all'oracolo di Delfi, leggendolo male come invito a sbarcare in Corsica. Fondarono Elea o Velia e la difesero con valentia dagli assalitori, però poi incontrarono un suddito di Posidonia che illustrò una diversa lettura dell'oracolo: ubbidirono alla sua differente lettura. A Elea nacque Parmenide, del quale Platone forni un ritratto menzognero all'inizio del IV secolo a.C., quando il concetto di tempo incomincia ad alterarsi e incomincia a diffondersi l'invenzione babilonese d'un tempo suddiviso in giorni di 24 ore. Platone dirà di Parmenide: "Noi non riusciamo a comprendere le sue parole e ancor meno il suo intendimento nel pronunciarle". In un altro dialogo parla di dover uccidere il padre Parmenide. Il parricidio è il più atroce e repellente dei delitti, fa rabbrividire. Di fatto è una confessione: Platone vorrebbe uccidere Parmenide.
Parmenide era l'autore d'un solenne poema in esametri. Narra che lo scortano donne lucenti, figlie del Sole, provenienti dal regno dove tutti gli opposti si versano l'uno nell'altro, confondendosi: il regno dell'abisso e della notte tutelato da Giustizia, dove si arriva appena morti. Ma con un carro guidato da giumente come loro provenienti dalla notte, le dee figlie del Sole lo conducono nella notte, prima che muoia. Lo portano a contatto con l'aldilà, con il territorio della morte. In direzione delle immani porte che sbarrano la strada: basta schiuderle e si è nel luogo dove dalla luce nasce la tenebra, e questo vige per tutti gli opposti immaginabili. Ma il trasferimento avviene con un fischio che ne forma l'essenza, come aria che attraverso una canna vuota vibri al modo d'un serpente che si ridesta. Lo produce, e qui Parmenide sosta per esprimersi con cura, il fischio sinistro che esce dalla pressione di due rotanti cerchi posti sui due lati delle ruote, fino a dove s'innalzano le porte immani che fischiano del pari con lo stridere dei loro cardini. Al di là delle porte giunge ad accoglierlo la Dea offrendogli la destra, con un gesto di amabile accoglienza. Inoltre lo rassicura: non è stato attratto dalla sorte maligna, ovvero dalla morte. Chi giunge a questo luogo mortuario senza essere morto prima dà prova di essere iniziato. Lo chiama kouros o ragazzo, figlio, eroe, iniziato. E anche phõIarchos, custode di rifugio, di luogo deputato alla letargia, dove il cuore quasi non batte più. Strabone descrisse la Caria, dove s'innalzava Focea, come sparsa di luoghi del genere, all'apertura dell'Ade, del regno di Plutone e di Proserpina, dove si conducevano animali malati che avessero bisogno di una tranquillità radicale, semivivente, quasi non più vitale, Lì si sognava e si poteva guarire mercé un sogno guaritore. Era la catàbasi, l'immersione nel regno prossimo alla morte, dal quale era Venere è il secondo pianeta del Sistema Solare.
Esso è noto fin dalla preistoria, infatti è molto brillante e si può vedere facilmente ad occhio nudo. Al massimo della sua luminosità, il pianeta è 12 volte più brillante di Sirio, la stella più luminosa del cielo.
L'orbita di Venere è tale che il pianeta sia visibile in cielo nelle vicinanze del Sole, in certi periodi all'alba e in altri al crepuscolo. Per questo gli antichi credevano che si trattasse di due astri distinti: Lucifero quello del mattino, Vespero quello della sera.
A causa della sua lucentezza, questo pianeta è stato dedicato alla dea della bellezza e dell'amorepossibile ritornare in vita riabilitati alla salute.