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Il racconto:

"Nel secolo che verrà: l'Ogdaloide nella cupola luminosa"

by Anonimo Corale detto "IL PROFETA"

CAPITOLO UNDICESIMO: La riunione

Il XXXIII rimase dritto in piedi per alcuni minuti. L'inno dell'Ordine terminò e dopo qualche attimo, nel più completo silenzio, Balabiut intonò le prime strofe del Gaudeamus. Tutti si alzarono ed elevando al cielo le orsine si unirono al canto del Principe sino a fondersi in una sola voce. All'omissis i governanti tornarono al loro posto e dopo un attimo, ancora nel rimbombo delle ultime strofe nella cupola, Balabiut iniziò a parlare. In questi giorni gli avvenimenti si sono succeduti velocemente. Alcuni di voi non sono stati ancora informati. Le questioni sono delicate: da parte mia, non potevo correre il rischio di far intercettare i messaggi dai nostri nemici che tramano a nostra insaputa, vero Bengodi?, fuori da questo posto. Solo qui siamo al sicuro. Bene, iniziamo. Ho avuto un contatto con il senato. Le facce dei governanti rimasero impassibili e solo la Pontica e Bengodi annuirono all'indirizzo dei presenti. Balabiut si rese conto che non avevano ben capito e continuando riprese la frase ripentendola. Ho-avuto-un-contatto-con l'antico senato, quello partito nel 2045 alla volta della dimensione di Orion. A quelle parole un bisbiglio sbigottito riempì la cupola. Balabiut, con un lieve gesto della mano, impose il silenzio e proseguì. Non è stato un vero e proprio contatto, nel senso che non c'è stato dialogo, ma li ho visti, li ho sentiti e poi li ho persi. Lo sguardo del XXXIII si volse, in modo incontrollato, nella direzione del posto lasciato vuoto dal Trapanat. E poi, quasi a chiedere una pausa al discorso principale, disse: che fine ha fatto quello che occupava quella sedia. Nel pronunciare queste parole si sforzava di ricordarsi il nome dell'assente, ma quel nome proprio non voleva uscire dalla sua bocca. Chiese di nuovo i motivi dell'assenza. Tutti si guardarono in faccia e poi rivolsero la loro attenzione al posto vacante. Nessuno proferì parola, solo la Pontica ridendo affermò che quel posto non era mai stato occupato, o meglio -continuò- è il posto dell'eterno giubilato, del capro espiatorio, di quello che pur non avendo colpe viene sacrificato per il bene di tutti, dell'eterno arrivista che quando non giunge se ne va. Del cancellato. Basta così, tuonò il XXXIII, fatemi finire! Il rumore di fondo sembrava non terminare. Tutti avevano qualcosa da bisbigliare nell’orecchio del vicino. Questa volta il gesto della mano di Balabiut non servì a riportare il silenzio nella cupola. L’Ogdaloide intensificò l’emanazione di luce, il Principe si concentrò con maggior misura su quanto doveva dire e solo a questo punto, in una cupola molto illuminata, il vocio lasciò posto alle parole del XXXIII. Non sono stato all’altezza del compito -continuò-, non sono riuscito a collegarmi con loro. Mi sono comportato come una checca isterica. Prima li ho derisi, poi li ho invocati. Lo sapevate che non volevo ricoprire questo ruolo. Mi avete trascinato facendo leva sulle mie più basse motivazioni e queste mi hanno trascinato nell’abisso dell’errore. Solo adesso m’accorgo della pochezza di quello che sono stato. Solo ora comprendo quali sfide comporta essere principe dell’Ordo. Le parole uscivano dalla sua bocca con una naturalezza estrema, aveva perso quei modi affettati che lo rendevano, con qualche riserva, un simpatico ragazzo. Ora era veramente se stesso, senza deliri d’onnipotenza, senza paure; consapevole che il proprio ruolo lo poteva giocare completamente fino in fondo e che, nel caso meno propizio, sarebbe uscito comunque vincitore. Non provava più invidia, né rivalità per alcuno. Anche la Pontica gli appariva diversa, molto più fragile. Tutto per la sola luce dell’Ogdaloide, si chiedeva tra sé e sé, o questa consapevolezza riesco a mantenerla anche fuori da questa Cupola? Questo pensiero gli sfiorava la mente mentre continuava a parlare: ho aperto così il mio cuore a voi in un momento difficile per me. Negli ultimi giorni ho maturato queste riflessioni. Sono sceso nelle profondità delle mie pulsioni trovando quello che non ho mai avuto il coraggio di ammettere. Inizialmente la mia ricerca si è appuntata sull’archivio dei sogni, poi sono passato ad indagare quello relativo all’anno 2000 e 2001. Seguito in questo viaggio, se non condotto, dalla luce dell’angolo della riflessione. Lì ho trovato le radici del nostro agire, le eterne ragioni che spingono, come potenti molle, gli uomini a farsi del male anche quando dichiarano di volersi bene. Anche quando ascoltano le note della compagnia dell’anello. E tutto per invidie inconfessate, per incapacità a stringersi ed unirsi come fossero una sola persona, per la bramosia di affermare le proprie individualità, per l’incapacità di purificarle dalle pulsioni ipertrofiche dell’io. Ho finalmente capito ed abdico. Non posso combattere contro i demoni che distolgono l’uomo dalla ricerca della felicità. Non posso vincere contro il quieto vivere che non ne vuole sapere di linee di vetta da scalare. Siamo troppo presi dall’ordinario per percorrere la via della sfida e ci limitiamo a delle scaramucce di retroguardia per compensare e sfogare l’istinto della lotta che in noi, ogni giorno che passa, diventa sempre più flebile. La pentola di Manetta riverberava la luce della Cupola sulla fronte del XXXIII, e Balabiut si sentiva come protetto. Sentiva le note di un’antica canzone… ascolta il ruscello che sgorga lassù… contro il pugno e l’usura noi vincerem… se uniti mar… IL DOMANI APPARTIENE A NOI.--------11, continua...

autari / venerdì, gennaio 03, 2003 / 11:52 / Permalink
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