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Il racconto:

"Nel secolo che verrà: l'Ogdaloide nella cupola luminosa"

by Anonimo Corale detto "IL PROFETA"

Ad CAPITOLO QUINDICESIMO: ore novantacinque

Balabiut mise al corrente i presenti di quanto si ricordava, attribuendo tali parole al Decano. Gli altri lo fissarono perplessi e stingendosi nelle spalle dondolarono sui rispettivi baricentri quasi a scacciare i cattivi presagi. Manetta ruppe il silenzio ed esclamò: una sorta di Mr Hyde e Dr Jeckil questo Abraxas. Mr che? dr chi?, gli fece eco Bengodi. Manetta chiarì subito che si trattava di un vecchio racconto dove si narrava dello sdoppiamento per mezzo di una sostanza chimica di un personaggio irreprensibile e rispettato, Mr Hyde, in uno crudele e dissoluto, Dr Jeckil. La Pontica intervenne troncando sul nascere la dotta dissertazione di Manetta per affermare che l'esempio era fuori luogo e non poteva riguardare il nuovo navigante, e poi disse rivolgendosi a Manetta: la cosa peggiore che può accadere ad un uomo è proprio questa scissione da te ricordata. Il bene e il male separati nettamente senza possibilità d'incontrarsi e di conseguenza giustificarsi, riconoscendosi diversi. L'uno non conosce l'altro e in ultima analisi entrambi, così divisi, non esistono, sono due non realtà, o peggio: uno solo vince trasfigurandosi nell'altro. Abraxas è entità diversa, si muove in un universo completamente opposto a quello del non incontro degli opposti. In lui si è realizzata l'opera massima; la parte decaduta si è ricongiunta con quella pleromatica. Così come il dio egizio con le membra disperse, Osiride, viene ricomposto dalla sposa Iside, anche Abraxas ha realizzato al proprio interno la ricomposizione dell'unità interiore, rendendosi inaccessibile alle forze della disintegrazione. Solo a questo punto egli è al di là ed è al tempo stesso impersonifica entrambe le polarità che in lui originano il nuovo. Nel pronunciare queste parole dal sapore antico la Pontica aveva incurvato la schiena quasi a proiettarsi fuori. La sinuosità del corpo apparve in tutta la sua prorompenza. I pori della sua pelle, come tante ninfee, propagavano profumi carnali e il suo incarnato si era fatto più lucente e quasi si confondeva con la luce tenue della cupola, tipica dell'Ogdaloide in fase passiva. Balabiut in preda a scariche adrenaliniche violente si contorceva dentro di sé non riuscendo a proferir parola. Gli altri due erano come folgorati da un campo magnetico che li sopraffaceva annullandone i pensieri. La loro impotenza non aveva riscontro in natura, ad un osservatore esterno potevano sembrare due blocchi informi di sale, leggermente modellati del vento teso e rovente che soffia nel deserto più sconsolato. La luce della cupola aumentò ridestando i due cristalli e facendo scemare gli effetti della Pontica sul XXXIII. Il Principe sembrava come rapito dall'azione dell'Ogdaloide, che lo portava in collegamento con l'antico senato fluttuante ad ore novantacinque nello zenit sopra la lucente. La fase attiva non durò. Balabiut si ritrovò sudato a fissare i fratelli e realizzò che era il caso di convocare una riunione per il pomeriggio. Con la solita puntualità erano presenti tutti. Il Principe incominciò a parlare e descrisse le ultime vicende ricordando anche il sogno di Manetta e le ipotesi che erano seguite al nuovo contatto con i naviganti. Poi si fermò dicendo: questo è tutto, più tardi cercherò di proiettarmi di nuovo fra loro e comprenderne le intenzioni, quello che possiamo fare nel caso decidessero di terminare il lungo viaggio sulla terra nella nostra epoca. Per il momento dobbiamo rimandare la cerimonia della mia abdicazione, non possiamo farci trovare impreparati all'eventuale ritorno. Vorrei però da voi, specie da quelli non presenti in cupola nelle ultime ore, l'opinione su questo venticinquesimo navigante. Sono consapevole che questa discussione servirà a poco, ma ogni intuizione è preziosa per giungere preparati. Sghei, gran tesoriere dell'ordine cresciuto nelle accademie orientali del sapere di vita, prese subito la parola: Principe, cari fratelli vi confesso la mia ignoranza sulla vera essenza del venticinquesimo navigante, ho però analizzato in filigrana l'etimo originario e posso confermarvi la cifra intuita. Desidero solo aggiungervi una doppia lettura; tre volte uno più due genera i sette pianeti, uno tre volte più due più cento più sessanta più duecento produce la somma di 365. Ecco il numero dei cieli. Balabiut, guardandolo stupido, disse: bravo Sghei, usi i numeri per svelare gli arcani e li elevi dal sudiciume del quotidiano mercanteggiare; dimmi ora come hai proceduto. Sghei, fluttuando in avanti aggiunse: alla a si assegna il valore uno, alla b il due, r equivale al cento, alla x sessanta e alla esse duecento. Non aveva ancora terminato la spiegazione quando Rotax, che manteneva sempre nell'alito il sapore del liquido di bong, lo interruppe con un sogghigno beffardo e rivolgendosi al principe prese la parola: scusa fratello tesoriere, ma i tuoi numeri in questo caso mi dicono poco, meglio ascoltarli quando ci informano delle faccende della Valle del Plasma, i cui affari, mi informano, non vadano poi così bene come sembrerebbe a prima vista. Proprio ieri sera ascoltavo una vecchia selezione di musici del pre-virtuale e mi sembra di aver sentito un brano di un certo Santana il cui titolo era proprio il nome del venticinquesimo navigante. Bella coincidenza davvero, non travate, ma non è tutto, ho anche visitato il museo mundi ed ho acquistato l'ultimo pezzo rimasto di una pellicola riedita in post-virt dal titolo il Guardiano dell'Universo, dove un poliziotto galattico deve difendere la terra da un criminale che vorrebbe distruggerla attraverso un teorema matematico il cui effetto impedirebbe la procreazione. Ha ha. A quel punto la Pontica intervenne bruscamente: che ridi, non capisci, sono segnali che ci provengono dal pre-virtuale, magari banali, ma capaci di farci ragionare. E poi la candida dell'anno 2045 in fin dei conti cos'era? Non poteva essere l'anti-life equation di un cazzutissimo film di sessanta anni prima. Non tralasciamo nessun particolare, fratelli. Il tempo della risata non è quello che viviamo oggi, qui, in questa cupola. Oggi, i senatori ci obbligano alla riflessione. Ben detto, affermò Gnano intervenendo ed aggiunse, questo venticinquesimo deve possedere una significatività super-simbolica, voglio dire operativa. Mi ricorda il nome dei sette pianeti, come ricordava Sghei, ma anche il segno magico delle mie terre, Abrak Sax, nonché la parola di passaggio della cupola, abracadabra. Palto, prima che il Principe potesse intervenire per riprendersi la parola, s'intromise: penso di aver compreso tutto. Una cosa non mi è chiara, l'affermazione della Pontica quando dice che questo nuovo navigante sarebbe Caino. Vestale parli di Abele e Caino o di qualche altro personaggio. La Pontica, guardandosi alle spalle in direzione dell'Ogdaloide, faticava a formulare una risposta. Alcune smorfie del volto lasciavano intravedere un'anima tormentata, gli occhi, come sempre, sprigionavano una forza magnetica difficilmente contrastabile, ma, nello stesso istante, una solitudine incolmabile che la rendevano quasi triste. Dall'angolo della riflessione un bagliore si diffuse nella cupola, e come era successo altre volte il suo colore e l'intensità della luce ne mutò le ombre. Balabiut prese la parola ringraziando tutti per gli spunti che aveva offerto la discussione. Continuò dicendo: credo proprio, caro Palto, che Caino sia il fratello di Abele le cui vicende sono narrate in un vecchio racconto del libro della Bibbia. Tutti conoscete la storia, ma non sapete la verità. Non c'è nessun Abele, nessuna vittima sacrificata, nessun segno sul volto di Caino. Abele non esiste in quanto fratello di Caino. Non esiste proprio come uomo, come individualità separata. Abele è Caino stesso. Caino e Abele sono la stessa persona, la stessa cosa. Caino è come Giano, bifronte. Quello che chiamiamo Caino è il sopravvissuto, colui che ha superato la sua parte debole, ha ucciso simbolicamente l'altro sé che lo condannava entro schemi di rinuncia. Lui è il liberato che libera, l'uomo che conosce il proprio destino scrutato in solitudine. E lì matura le proprie decisioni preparandosi alla rottura delle regole che devono essere infrante perché percepite come ingiustamente limitanti. E' l'unico decisore, è il solo controllore/controllato di se stesso. E' lo scampato alla prova terribile della propria coscienza capace di reggere la rottura delle regole, anche delle leggi del creato. E' il navigante che si avventura nel mare aperto quando infuria la tempesta. E' il generato che ha superato la prova del fuoco come la crisalide si trasforma in farfalla. La sua nuova identità è inscritta nel nome del venticinquesimo navigante. Nell'affermare in sottotono queste ultime frasi il XXXIII si era lasciato cadere all'indietro, quasi esausto, e questo movimento repentino della figura principesca era coinciso con il mutar di colore della luce nella cupola. Per oggi è tutto, aggiunse, questa notte, in prossimità del plenilunio mi isolerò nell'angolo della meditazione e cercherò il contatto con l'antico senato. Da parte vostra tenete i cuori puri, non dubitate, non lasciatevi andare al pettegolezzo. Sappiate che più che mai, in questo momento, siamo come un unico uomo, una cosa sola. Dopo queste parole Balabiut pose termine alla riunione intonando il Gaudeamus. Le orsine volarono in alto e tra gli abbracci il Principe si rititò.-----------15, continua...

autari / mercoledì, gennaio 15, 2003 / 17:26 / Permalink
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