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Il racconto:

"Nel secolo che verrà: l'Ogdaloide nella cupola luminosa"

by Anonimo Corale detto "IL PROFETA"

20, Note fuori luogo al racconto,

II-Il Sigillo

Il sigillo sembrava scottasse. I suoi colori, rosso rubino con un'incisione cangiante sull'ocra e l'intensità pulsante che emanava, se fissato intensamente, erano elementi non certo secondari, ma il calore lo rendeva un oggetto inspiegabile. Non si comprendeva la sua vera provenienza, prima di stare nel dito della Grande mano, e il calore rimandava l'immaginazione ad una radura assolata, quasi avesse assorbito le radiazioni del Gobi o tradisse la sua provenienza che alcuni ponevano nelle pianure mesopotamiche. Probabilmente aveva percorso a ritroso la via della pietra nera rubata dal tempio di Urga. Il suo calore era così intenso che quasi sicuramente le lacrime del Grande Khan sarebbero evaporate alla sola vicinanza. La sua copia materiale era scomparsa nell’età moderna dopo che il predone calmucco Ja Lama, dopo aver ospitato Ungern Khan -possessore del sigillo- nella propria yurta, lo consegna ai partigiani dello Jenisej di Shcetinkin. Quest’ultimo lo farà fucilare dal futuro maresciallo dell’URSS, gen. Blucher. L’anello sarebbe entrato in possesso di Blucher e poi nel ’36 nelle mani del Maresciallo Zhukov. Ungern Khan, ultimo legittimo possessore, valoroso comandante dell’armata bianca operante nelle steppe asiatiche l’aveva ricevuto direttamente dal terzo gerarca del Buddismo lamaista che riconosce il lui una cratofania procedente dal suo medesimo principio spirituale. Il barone Ungern l’aveva liberato dalla prigionia, ma il lama mongolico, il Buddha vivente Jebtsu Damba, guidato da una forza sciamanica oltre all’anello gli conferisce il titolo di “Primo Signore della Mongolia e Rappresentante del Sacro Monarca”. Prima di finire nelle sgrinfie dell’armata rossa, il Khan, erede di una famiglia che nel corso dei secoli aveva dato i natali a cavalieri teutonici, diplomatici, alchimisti e corsari e per via materna aveva il sangue della discendenza di Gengiz Khan, con la doppia divisa, la tunica gialla sotto il mantello imperiale, galoppa alla testa dei suoi cavalieri (mongoli, buriati, russi, cosacchi, caucasici, tibetani, coreani, giapponesi e cinesi) verso il Hsin Kiang per raggiungere la fortezza spirituale tibetana in una direzione che non aveva più rapporto con la realtà politica e militare, nel postemo tentativo, non di salvare la vita, bensì di ricollegarsi, prima di morire, con il proprio principio metafisico: il Re del Mondo.------------20, continua...

autari / domenica, febbraio 16, 2003 / 12:34 / Permalink
commenti (1)
Commenti
#1   20 Febbraio 2003 - 14:01
 
Il mio eroe Von Ungern Stirnberg.... Ungern Khan, il Dio della Guerra!
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